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11/11/2009 - Di nuovo in movimento per una Università pubblica, laica, di massa e di qualità.
Ci risiamo,l’università pubblica italiana è sotto attacco; mercoledi’ il governo ha approvato il ddl sull’università,che a breve inizierà il suo iter parlamentare. Questa volta però la portata dell’attacco appare devastante, si tratta di una riforma tutta incentrata su una falsa idea di merito,ma diretta in concreto alla destrutturazione e dismissione dell’università pubblica. Il ddl si articola in tre parti: governance. Meritocrazia, personale accademico, ma le oltre 30 pagine di riforma possono ben essere sintetizzate da un’espressione molto ricorrente nel testo, fino alla nausea,”dall’ attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Ecco l’elemento centrale: la strategia del governo consiste in tagli e dismissioni,punto e basta. Ma entriamo nel merito degli aspetti principali del ddl. Il piatto forte pare essere l’ingresso nei cda di ateneo di una quota almeno pari al 40% dei membri di soggetti non appartenenti ai ruoli dell’ateneo e al tempo stesso attribuzione al cda delle funzioni di indirizzo strategico e della competenza a deliberare l’introduzione o la soppressione di corsi e sedi con conseguente svilimento del ruolo del senato accademico, che si limiterà a formali pareri in materia di didattica e ricerca. In sostanza si consente ai privati , in quota notevole, di entrare nella cabina di regia dell’università. Da sempre le imprese italiane hanno svolto un ruolo parassitario rispetto al sistema formativo succhiando forza lavoro specializzata e non versando un euro. Insomma un qualsiasi padrone iperspecializzato non verserà soldi agli atenei italaiani, ma in compenso potrà condizionarne le politiche o le scelte: se nel brevissimo periodo servono tecnici specializzati in certi settori si potrà aprire un corso di laurea a veloce obsolescenza , finchè il mercato non sarà saturo e tagliare inutili e costosi corsi di letteratura o filosofia, che non servono neppure a formare un operaio specializzato. Siamo in presenza di una surrettizia privatizzazione dell’università; le privatizzazioni italiane degli anni90 si sono realizzate attraverso la trasformazione di enti pubblici in spa e successiva vendita delle azioni ai privati. Nel caso dell’università non si poteva operare in questi termini, sarebbe stato inoppurtuno perché la trasformazione in spa avrebbe palesato la vera finalità della riforma e la previsione della finalità di lucro per l’università avrebbe sollevato anche gli animi più disinteressati. E d’altro canto quali padroni mecenati avrebbero effettuato investimenti senza la previsione di un profitto immediato o quasi specie in una fase di crisi come questa? Il ddl Gelmini supera questi problemi con una brillante innovazione: regalare le università ai privati, tanto per lo stato sono un “onere”; e cosi’ i privati potranno gestire finalmente le università, formalmente pubbliche, senza alcun rischio per i propri capitali e magari cercando di lucrare anche dove lucro non c’è:ciò spiega anche l’entusiasmo con cui Confindustria ha accolto la riforma. Se si pensa poi che a seguito dei tagli del FFO previsti lo scorso anno dalla famigerata 133, tutte le università avranno bilanci in rosso, (prendendo cosi’ ancor meno finanziamenti,perché non virtuose come prevede la nuova riforma) e non sarà raro vedere rettori e direttori generali supplicare i privati per qualche finanziamento con la conseguenza che questi ultimi acquisiranno di fatto enorme potere di gestione e di ricatto. Siamo dunque alle solite,in nome della merito si taglia;altrochè meritocrazia,altrochè selezione dei capaci e meritevoli,il merito così inteso ha un altro nome,si chiama selezione di classe anche perché i costi delle università graveranno sempre di più sugli studenti in termini di aumenti delle tasse. Altro aspetto indicativo del senso profondo della riforma è la previsione di un fondo per il merito “finalizzato a sviluppare l’eccellenza ed il merito dei migliori studenti che avrà la funzione di erogare borse di studio o garantire prestiti d’onore. Tali emolumenti verranno assegnati tramite prove nazionali standard senza tener conto delle situazioni socio-economiche degli studenti e infatti non compare tra i criteri di assegnazione il reddito, perché è noto, l’università è roba per chi può permettersela. Si torna a parlare di prestito d’onore, strumento tipico delle logiche che hanno determinato il fallimento del sistema americano, che genererà laureati già indebitati ,effetto devastante in un sistema come quello italiano caratterizzato da disoccupazione,precarietà ed emergenza salariale. La gestione del fondo sarà affidata alla Consap spa, e anche qui ci devono spiegare quale profitto può trarsi dalla gestione di un fondo per il merito. Si prevede poi la riduzione indifferenziata a 12 facoltà per tutti gli atenei ,avverrà così che la sapienza avrà le stesse facoltà dell’università di Urbino arrivando nel caso di Roma a mostri con 600 docenti per facoltà, mega organismi in cui sarà impossibile prendere qualsiasi decisione in modo collegiale. Interessante poi la situazione che si prospetta per i ricercatori. La gelmini ha affermato che le sta a cuore la loro situazione quindi ha previsto che se dopo sei anni di ricerca non saranno stati assunti dall’università non potranno più contrarre rapporto di lavoro con l’università, come dire, per risolvere il problema della fame nel mondo eliminiamo gli affamati! Infine una parola di chiarezza sulla questione della lotta al baronato :l’istituzione della “abilitazione nazionale” per i docenti di prima e seconda fascia, di durata quadriennale,è decisa da una commissione nazionale formata per sorteggio tra i professori ordinari: ciò che viene fatto passare per una norma che scavalca i potentati accademici locali, non solo lascia le abilitazioni nelle mani delle cricche di ordinari a livello nazionale, ma pochi articoli dopo(art.9.2,lettera c) stabilisce che la decisione finale spetta alle commissioni locali composte da ordinari, ricercatori e associati. Ciò che emerge da una lettura complessiva del disegno di legge è il passaggio da una concezione culturale comunitaria ad una patrimoniale e privatistica del sapere, ad una concezione dell’università azienda, tutta subalterna alle logiche e ai bisogni del mercato senza attenzione per quello che dovrebbe essere il fine primario dell’università, la formazione del cittadino dotato di senso critico in grado di contribuire agli avanzamenti sul piano democratico,sociale ,economico e scientifico. Noi studenti non subiremo passivamente questa riforma, trasformeremo tutte le facoltà in barricate e costruiremo un movimento che, memore dell’esperienza e degli insuccessi dell’onda, dovrà essere in grado di bloccare questa riforma, non per difendere l’università esistente, piena di limiti ed incongruenze, ma per rilanciare un’idea di università pubblica e priva di barriere che impediscono l’accesso ai livelli più alti di studio ai meno fortunati,e nello stesso tempo per rivendicare delle prospettive migliori per noi giovani, prospettive altre rispetto a precarietà e sfruttamento; il futuro è nostro, prendiamocelo!
Domenico Dursi