LA LEGA NORD: COSA È E COME COMBATTERLA *
16 September 2009 da: Daniele* da “ Liberazione” di martedì 15 settembre
“ E’ sulla lotta contro il localismo e per politiche sociali ed economiche che coordinino tutto il Paese che si deve misurare la proposta e l’ agitazione dei comunisti ( proposta e agitazione da portare direttamente nelle piazze e nei territori ad egemonia leghista, anche attraverso i gazebo rossi). È solo in questo modo che, per dirla con Gramsci, di fronte al fallimento della borghesia (grande e piccola) come classe nazionale, riusciremo a costruire un più forte ( e, come proponiamo, unico) partito comunista, radicato e “nazionale” in senso progressivo”.
di Fosco Giannini * e Domenico Moro **
* direzione Nazionale PRC
** economista; Comitato Centrale PdCI
La capacità della Lega Nord di influenzare la politica nazionale e di catturare il voto operaio è ormai notevole e in crescita. Oggi, la Lega sfida la sinistra anche nelle sue roccaforti, come prova la sua penetrazione nel pisano e a Prato. Appare, quindi, evidente che la costruzione di un partito comunista adeguato alla fase storica passa anche per la capacità di andare a sfidare la Lega sul suo terreno, riconquistando posizioni al Nord, nelle zone più industrializzate e decisive del Paese. Per farlo, però, dobbiamo capire che cosa è la Lega, quali sono i suoi punti di forza e quelli di debolezza. La Lega è un partito di stampo fascista, ma, pur presentando molti punti di contatto con quel precedente storico, presenta anche molti punti nuovi e di differenziazione. Come il fascismo, la Lega mira alla sovversione dell’ordinamento costituzionale, anche se non in forme apertamente violente (sebbene la milizia padana e ora le ronde creino preoccupanti presupposti), cercando uno sbocco reazionario a uno stato di profondo disagio e di crisi presente nella società italiana. Come il fascismo, opera per la disarticolazione della coscienza e dell’organizzazione della classe lavoratrice, lavorando per la costruzione di un blocco interclassista dominato dall’impresa, con la cooptazione corporativa della classe operaia. Infine, come il fascismo degli inizi, è rappresentante diretta dei settori intermedi della società, e cioè della piccolissima, piccola e media impresa. Ma, come il fascismo, può fare e fa il gioco del grande capitale finanziario. Tuttavia, mentre il fascismo propugnava il nazionalismo ed il centralismo, che portò al capitalismo monopolistico di stato e all’imperialismo militare, la Lega poggia il suo agire, oltre che sulla xenofobia, su due aspetti connaturati nella storia del nostro Paese, il regionalismo e il localismo. La Lega è figlia delle peculiarità e degli squilibri della struttura socio-economica italiana e della sua crisi, inserita nelle contraddizioni determinate dalla costruzione del mercato mondiale e della Ue. L’Italia presenta una quota maggiore che negli altri Paesi avanzati di piccole e piccolissime aziende, che occupano una fetta consistente dei lavoratori salariati. Un settore, quello della piccola impresa, ampliatosi a seguito delle ristrutturazioni e delle esternalizzazioni della grande impresa, e che ha potuto prosperare non perché “piccolo è bello”, ma grazie al lavoro nero, specie immigrato, ai bassi salari e soprattutto all’evasione fiscale. Un settore contoterzista oggi, però, incapace di reggere alla concorrenza internazionale perché ha poche risorse per innovare, sul quale la grande impresa scarica la crisi e a cui le grandi banche riducono il credito e per il quale Berlusconi sta facendo poco. Di fronte alla peggiore crisi dal 1945 e alla mancanza di soluzioni collettive la classe operaia delle piccole e medie imprese (ma sempre più anche delle grandi) sviluppa una “spontanea” solidarietà con la propria azienda, rifugiandosi nell’unico ambito che apparentemente rimane, il territorio locale. Le principali cerniere che tengono insieme il “ blocco sociale dei produttori” leghista sono la xenofobia e le tasse. Eppure, questi cavalli di battaglia, se osservati con attenzione, si rivelano deboli e contraddittori. La Lega e la destra in più di quindici anni di governo non hanno fatto nulla per organizzare e regolamentare l’immigrazione, anzi, se il criminale non c’era, lo hanno fabbricato creando il reato. A chi fanno comodo, infatti, gli immigrati, specie se ricattabili e “illegali”? Fanno comodo soprattutto a quella piccola impresa di cui la Lega è rappresentate diretta e che li impiega in massa a costi stracciati nell’edilizia, nel turismo, nell’agricoltura. Lo stesso Maroni ha precisato che da un eventuale blocco biennale dell’immigrazione (richiesto da parlamentari della Lega) sono comunque da escludere gli stagionali (fino a 9 mesi!) necessari al turismo e all’agricoltura. La segmentazione gerarchica della classe operaia su basi etniche (tipica del fascismo) e la criminalizzazione tout court dell’immigrato in quanto tale frantumano così qualsiasi unità e solidarietà posta su basi di classe. Ma il principale collante usato dalla Lega è quello delle tasse che si combina con l’attacco all’altro grande nemico, insieme al lavoratore immigrato, lo Stato centrale. Qui la Lega coglie un nodo importante, l’insostenibile pressione fiscale che si esercita sui lavoratori dipendenti e sulla gran parte delle partite iva, spesso lavoratori dipendenti mascherati e precari. Ma, anche in questo caso, l’ipocrisia della Lega è evidente. Se in Italia la pressione fiscale è eccessiva e il debito pubblico è alto è per due ragioni: l’evasione fiscale delle imprese, che ammonta al 7% del Pil nazionale (se recuperata annullerebbe il deficit statale e ne avanzerebbe per migliorare il welfare) e i finanziamenti a fondo perduto e a pioggia all’impresa grande e piccola, comprese le ricorrenti “socializzazioni delle perdite”. La Lega, invece, attribuisce alla gestione centrale statale della fiscalità e della spesa la responsabilità e su questo assunto ha fatto approvare il federalismo fiscale. La capacità regionale di imporre tasse avrà, invece, effetti esattamente opposti a quelli sperati da molti. In primo luogo, come già dimostrato dalla regionalizzazione della sanità, la spesa tenderà ad aumentare, sollecitata dalle richieste assistenzialiste delle imprese e dalla proliferazione del ceto politico locale, con la conseguenza che la pressione fiscale, a carico certo non degli evasori ma sempre dei lavoratori dipendenti, aumenterà. In secondo luogo, non solo si andrà incontro all’approfondimento degli squilibri e della divisione tra Nord e Sud, ma si cadrà nell’errore di affrontare la crisi e lo sviluppo su un piano solo locale e quindi troppo ristretto. La Lega è una forza disgregatrice e, al tempo stesso, conservatrice e regressiva, inadeguata alla fase storica di mondializzazione e crisi. Essa, infatti, mira a mantenere una struttura delle imprese inefficiente e l’anarchia della produzione e del mercato capitalistico nella sua forma più pura in un periodo storico in cui appare evidente la necessità di un rinnovato ruolo dello stato nazionale e soprattutto di politiche industriali che coordinino lo sviluppo del Paese, riducendo quegli squilibri che sono dannosi per tutto il Paese e non solo per una sua parte. Far saltare i collanti del blocco leghista, dunque, vuol dire non solo svelarne la contraddittorietà e la dannosità, ma anche rovesciarne in senso classista le tematiche. La riduzione del carico fiscale sui lavoratori dipendenti (compresi quelli mascherati da partite iva), mediante la modifica delle aliquote fiscali, deve diventare parte integrante della difesa del salario, così come la lotta contro l’evasione fiscale ed il lavoro nero devono essere coniugati alla lotta contro la xenofobia. Ma, soprattutto, è sulla lotta contro il localismo e per politiche sociali ed economiche che coordinino tutto il Paese che si deve misurare la proposta e l’ agitazione dei comunisti ( proposta e agitazione da portare direttamente nelle piazze e nei territori ad egemonia leghista, anche attraverso i gazebo rossi). È solo in questo modo che, per dirla con Gramsci, di fronte al fallimento della borghesia (grande e piccola) come classe nazionale, riusciremo a costruire un più forte ( e, come proponiamo, unico) partito comunista, radicato e “nazionale” in senso progressivo.







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